sabato 22 gennaio 2011

Sanità e Santità (4)

La struttura ospedaliera imponente, nuovissima, pulitissima, è situata al centro mezzo di un grande campo verde (mi aspettavo di vedere un gregge di pecorelle spuntare da qualche parte prima o poi!). Ma invece degli ovini, però, feci caso ad un palco non ancora smontato. Presto seppi che era stato proprio da lì che Giovanni Paolo II parlò ai suoi ragazzi durante l’ultimo raduno dei papa-boys.
Arrivare al reparto di pneumologia non era stato proprio così semplice, tant’è che c’eravamo persi finendo in tutt’altro posto pur essendo reparto pneumologia. Quello era l’ambulatorio, io dovevo andare in chirurgia. E ci arrivai, ma soltanto dopo aver cambiato palazzina!
Mi aspettavano, e senza tanti indugi mi fu mostrato il mio posto letto: in due in una stanza, il televisore in camera, il telefono pure, un letto che si alzava e abbassava col telecomando, aria climatizzata, orari di visita illimitati...
Sembrava di stare al Grand Hotel, ma nonostante tutte queste belle cose non mi sentivo contenta per niente. Ero piuttosto angosciata e tante altre lacrime solcarono presto il mio volto mentre la gentilissima infermiera mi spiegava l’uso degli agi, come a volermi distrarre dalla brutalità del cancro e farmi “concentrare” sulla bellezza e comodità che mi avrebbero circondata nei giorni a venire.


Ormai si era fatta sera quando Moshé mi lasciò per tornarsene alla nostra casetta, ma ancora non avevo visto e parlato con il primario che era stato contattato dal suo collega di Albano. E sarebbero trascorsi ancora tre giorni prima che avessi avuto la possibilità di parlarci. Questo davvero non me l’aspettavo!
Presto mi sarei resa conto che la vasta area della struttura rende quel posto dispersivo, e sicuramente non a dimensione umana. Tutto allo sguardo era molto bello, sì, ma ... ma quanto è veritiero quel vecchio adagio: “ciò che è bello non sempre balla bene”.
Un po’ delusa dal fatto che non avevo ancora avuto un contatto con i medici, inevitabilmente facevo il paragone, riflettendo sul fatto che al Regina Apostolorum i dottori avevano il cercapersone pur essendo in un ambiente piccolo mentre quelli del PTV non si riusciva a rintracciarli nemmeno nel loro reparto. Quando chiedevo di loro agli infermieri, questi mi rispondevano sempre allo stessa modo:
“Il professore è in sala operatoria”.
E quindi mi chiedevo:
“Ma se sta sempre in sala operatoria quando dorme ‘st’omo? E quando lo fa il giro delle stanze per visitare i suoi utenti?”

Ci misi poco ad sentirmi indispettita e così cominciai da subito ad aspettarlo al varco: invece di starmene nella mia stanza mi misi a leggere un libro nel corridoio, vicino la postazione degli infermieri, ma per due giorni e tre notti non riuscii a contattarlo...

“storia di un medico invisibile”



Stella del Mattino


Moshé era andato via da poco e io stavo facendo due chiacchiere con la compagna di stanza.
Non avevo disfatto il bagaglio completamente neanche il giorno successivo. Tenevo a portata di mano giusto lo spazzolino e il dentifricio, l’asciugamani, il pigiama e le pantofole. Volevo essere pronta ad andarmene anche repentinamente se fosse stato il caso, convinta anche da quanto avevo appena sognato.
La notte stessa dopo aver dormito poche ore, mi svegliai di soprassalto a causa di un’incubo che mi aveva turbata come mai mi era accaduto prima di allora. Ebbi una crisi di pianto inconcepibile anche per me (eh sì che pensavo di averle finite le lacrime!). Non erano trascorse neanche ventiquattr’ore da quando stavo lì e già stavo pensando di tornarmene a casa. Quel sogno mi aveva spaventata sul serio!
Cominciai ad aver paura di quel posto, e quel sentimento mi convinse immediatamente a non sottopormi all’intervento chirurgico. Ero pronta ad andarmene di corsa ma... ancora non sapevo che sarei dovuta restare lì per altri giorni, affinché ritrovassi prima la Fiducia, il contenitore necessario per poter accogliere la misericordia di Gesù.
Seduta sul letto, dopo aver pianto abbondantemente con tanto di singhiozzi disperati, decisi di andare al distributore automatico dei caffè e berne uno ben zuccherato per non farmi prelevare il sangue qualche ora dopo. Nella saletta trovai le infermiere riunite a chiacchierare poco prima di iniziare il loro turno. Tra loro c’era colei che avrebbe dovuto farmi il prelievo per gli esami di routine.
Per dirla tutta dovevo ricominciare daccapo gli esami anche se li avevo già fatti fino al giorno prima. Mah! Se l’introvabile medico a cui ero stata affidata si fosse degnato di dare un’occhiata ai documenti che gli avevo portato non ce ne sarebbe stato bisogno, ma no... figuriamoci se poteva “fidarsi”... meglio rifarli di nuovo no!? tanto che ci vuole a fare un’altra broncoscopia e un’altra tac e altri esami del sangue?
Le infermiere avevano fatto il turno di notte e avevo avuto modo di conoscerle durante le due sere appena trascorse, proprio perché ero rimasta nei pressi della loro postazione per “tanare” il professore. Quindi, notando il mio stato sconvolto mentre sorseggiavo il caffè mi chiesero cosa stessi combinando.
“Bevo il caffè così non mi prelevate il sangue... tanto tra poco me ne vado... ho già il bagaglio quasi pronto!”
Continuai a piangere mentre dicevo loro della mia intenzione: quel sogno sconvolgente era ancora vivido nella mia mente, tuttavia chiesi loro se sapevano in quale punto cardinale fosse direzionato il mio letto.
Di solito quando dormo con la testa rivolta a nord ho gli incubi (l’ho constatato più di una volta!), quindi se mi avessero confermato che il punto cardinale fosse stato quello, allora (forse) non avrei dato così tanto peso al mio sogno. Alla mia domanda le infermiere mi guardarono un po’ perplesse e pure un po’ incuriosite, tuttavia le avevo messe in crisi: non seppero rispondermi a primo acchitto.
Per facilitargli la risposta chiesi loro da che parte sorgesse il sole, ma neanche a questo avevano mai badato, mi dissero. Non mi persi d’animo, e visto che mancava circa un’ora all’alba, ricordandomi che in quell’anno Venere era ancora “stella del Mattino” decisi di affacciarmi alla finestra per osservare la sua comparsa in cielo.
La curiosità per loro era tanta, e così in pochi secondi ci ritrovammo tutte affacciate alla finestra alla ricerca di Venere.
Fu da quella sera soprannominai Rossana “Stella del Mattino” perché fra tutte le infermiere presenti, era stata colei che più mi aveva ascoltata con comprensione, con umanità, con empatia. E fu proprio con lei che ebbi un bel rapporto durante tutto il periodo di degenza in quell’ospedale, perché fra tutte era stata soltanto lei che mi aveva chiesto informazioni su Venere e su tutto quanto sapevo girasse intorno a questa stessa speciale.
Perché ritengo Venere speciale è presto detto: perché (citando solo due esempi) aveva accompagnato la nascita di Gesù e perché i Celti e i Maya avevano usato con dovizia la sua rotazione ciclica per il calendario giornaliero, mensile, annuale, centenario, millenario...
Osservando la parte più chiara del cielo durante l’aurora, ben presto la riconobbi mentre brillava nella direzione della stanza in cui dormivo, e dato che sorgeva poco prima del sole, riuscimmo finalmente a capire che la postazione del mio letto era con la testa rivolta ad est. Là dove c’era anche il palco (ancora montato) da cui Giovanni Paolo aveva avuto il suo ultimo incontro con i papa boys.
Sentivo che Papa Karol continuava ad accompagnarmi durante questo cammino e la cosa, non so perché, mi fece sentire meglio. Tuttavia i miei dubbi causati anche dall’incubo non svanirono, e continuai a sostenere il mio desiderio di andarmene la mattina stessa.
Ormai avevo paura di quel posto. Addirittura sentivo bisbigliare in continuazione, ininterrottamente (forse a causa del “rumore” del climatizzatore). E avevo paura di quel professore che non mi aveva nemmeno vista arrivare ma che avrebbe dovuto operarmi. L’istinto di diceva che dovevo andarmene...
Le infermiere vollero sapere cosa mi avesse fatto prendere quella decisione assurda: dovevo curarmi non andarmene! Allora mi decisi a raccontare loro quell’incubo che mi aveva così tanto spaventata, ma tutte rimasero sbalordite e cercarono di farmi ragionare:
“Come si può credere ad un sogno quando si è ammalati a questo modo? Può essere stato scaturito dal tuo stato di malessere fisico e psicologico... Non è così facile accettare il fatto di avere il cancro. Cerca di essere razionale ora, e vai a letto che tra poco vengo io a farti il prelievo. Non ti preoccupare di quel caffè, al massimo risulterà un po’ di glugosio in più”!

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